di Ennio Cirnigliaro
Aspettava un segno. Un segno che incidesse la sua presenza e l’impronta dei suoi passi e dei suoi pensieri intorno a lui. Non sapeva neppure quanto tempo fosse passato, o se fosse passato davvero quel tempo, dato che in lui sembrava non passare, ed il tempo che non passa è presente se si sente, futuro se si immagina, ma non passato. La figura di lei, chiunque fosse, col profilo dolce e carezzato in mille sogni, tracciava invece il suo profilo in ogni angolo della stanza in cui, da solo, guardava camminare dicembre, un mese che scivola come un piano inclinato nelle attese prima e nei bilanci poi. Di lei gli restava quell’ immagine, che non era passata, essendo lì, ma che non era presente, essendo il segno di un’assenza. Forse – pensava- avrebbe potuto essere il futuro, e questo pensiero si faceva sorriso tremolante come la fiamma che bruciava il freddo della sua solitudine nel vecchio camino, portando fuori, nella notte limpida, vitrea e ghiacciata, tutti quei suoi pensieri che si facevano cielo, mentre poco lontano le luci della città tremolavano all’unisono portando il vibrare di milioni di storie ed a sud il buio luminoso della campagna, della pianura infinita, sembrava abbracciarlo coi suoi silenzi. Due mondi apparentemente opposti e lui lì, lume pulsante di tenerezza mai donata, in quella casa fra Viboldone e Chiaravalle, con tanta storia e senza tempo.
Fra due abbazie ricche di storia e spiritualità, sospeso nei suoi laici dubbi di umano in uno dei tanti, troppi, tempi disumani, consumava la notte diviso fra quelle dimensioni, la luce e il buio, le due materie che costituivano il suo essere liminare, sospeso, dubitante e dunque pensante.
Avrebbe potuto essere uno oppure l’altro ma stando lì poteva essere uno e l’altro in una promessa tanto vera quanto eterna, in un sempre rimandato, e dunque sempre sperato, momento chiarificatore. Solo allora quel profilo carezzato nei suoi sogni, col suo volto vivo ma terreo, la vita e la morte, si sarebbe fatto persona. O forse nulla di più vero era quell’immagine aperta nei suoi opposti. Un’immagine che solo lui, lì sospeso, poteva vedere. Ora lo sapeva: la amava perché la vedeva e la sentiva davvero, perché sentiva la sua gioia nei suoi dolori, coglieva nei suoi sorrisi la sofferenza e respirava la speranza che covava nella sua disperazione. Perché in quel suo trovarsi in tanti luoghi senza stare in nessuno coglieva il bello del brutto, il brutto del bello, il bene del male e il male del bene. Restava, però, tutta quella tenerezza, custodita così, fra due mondi che si toccavano solo nel suo sguardo, pronta ad essere vista, pronta ad essere vissuta, pronta ad essere amata.
Biografia
Ennio Cirnigliaro
Nato a Genova nel 1974. Archeologo per professione e vocazione, militante politico di lunga data, indaga il presente con quella particolare chiave di lettura “stratigrafica” propria di chi ha l’abitudine di inserire i fenomeni singoli in un più ampio contesto. Ha pubblicato su riviste varie articoli specialistici nel suo ambito, oltre che testi politici e sociali aventi come denominatore comune l’antifascismo, l’antisessismo, l’anticapitalismo, l’antirazzismo e l’ecologia sociale. Ha pubblicato per Prospero editore “Medioevo digitale. La storia contemporanea attraverso i social network”, 2021.
