di Giovanni Oliveri

I

“Buonasera.”

Nessuna risposta. Non staccava gli occhi dallo smartphone, forse messaggi urgentissimi che doveva mandare in quel momento, solo in quel momento…

“Per cortesia, mi dà due torcigliati?”

“Un euro e venti” – disse senza alzare gli occhi la commessa, mentre li arrotolava con gesto velocissimo in una carta rosata leggerissima.

“Un euro e venti…” – ripeté senza alzare lo sguardo dallo smarphone.

“Scusi, ma… non li pesa?”

Alzò gli occhi e mi fissò stupita, aprendo impercettibilmente la bocca.

“Quiiii…? Non si peeeesa, un euro e venti…”

Quelle cinque, sei “i”, con le quali disse “Qui”, le pronunciò con un tono in crescendo, quasi con musicalità. E tornò a ripetere quell’euro e venti con tono imperativo, che non ammetteva obiezioni.

Guardo le etichette delle varie tipologie di pane e tutte indicano il prezzo al chilo, con tanto di bollo del panificio e associazione panificatori.

Cerco con gli occhi una bilancia consolatoria, ma noto che non c’è neanche la bilancia al pubblico, una vecchia bilancia si intravedeva solo nel buio della retrobottega, alle spalle della commessa.

“Mi scusi, ma come fa a conoscere il peso se non lo pesa?”

Sentivo mormorare intanto dietro di me un paio di persone impazienti, che aspettavano il loro turno, ma non dicevano nulla, segno che erano tutti d’accordo con la signorina.

“Il pane lo vuole o no?” – tagliò corto e come un ultimatum la commessa lo appoggiò incartato in un angolo del banco.

“Il solito? Lo vuole forte?” – e si rivolse cambiando tono ad una vecchina.

“Signorina… ma il mio pane…?” – faccio io, con un certo stupore.

“Gli ho detto un euro e venti e lei ancuora riscurri…”

Avverto un calo di tensione, non so se della luce al neon del panificio o del mio incazzo che stava salendo. Alla fine il pane me lo ha servito, lei attende solo il corrispettivo.

 I picciuli.

“Signorina, qui c’è scritto che il pane si vende al chilo. Io voglio sapere…”

Esce dal retro lui, il padrone. Non parla e la signorina fa d’istinto un passo laterale.

Mi guarda con attenzione e mi fa “Vinissi agghiri ccà…”, indicandomi un angolo del locale. Mi vuole parlare “a solo”.

“Lei è …forestiero…. vieru?” – disse, squadrandomi dalla testa alle scarpe.

“Iu nascivu nno palazzu cca’ nfacci… però sugnu fuora quarant’anni…” – riuscii a pronunciare d’un fiato, facendo leva sulla mia memoria degli anni trascorsi a Palermo.

“I cu si figghiu? A cu appartieni?”, squadrandomi, togliendosi l’occhiale da lontano e inforcando quello da vicino, con un pezzo di scotch pieno di farina…

“Aspeè…aspeè…ma tu si u figghiu i…see… ma unni si, a Milanu…mi pari?”

“Ninu, Nino sono… è lei è u signò Castano…giustu? Trentotto anni sono passati…”

“Tè…veni ccà…vieni…manciati un viscuottu cu ciminu…” – disse il signor Castano, accennando a un mezzo sorriso, mostrando una dentatura davvero poco curata.

Meccanicamente presi il biscotto, che l’omone aveva preso da una teglia nera, lo portai in bocca e…

Ricordai mio nonno che la domenica arrivava con quattro cannoli di Caflisch e 300 grammi di biscotti con il cimino per me. Tutte le domeniche, tranne sotto Natale che portava il buccellato o San Martino che portava i biscotti omonimi. E la bottiglia di moscato. Era l’unica occasione che era concessa a me cinquenne, per abbagnare il biscotto, “ma un dito solo, ca ti fa mali”. Che buono quel moscato, non sapevo che dopo tre anni lo avrei ritrovato come chierichetto in sagrestia e li lo bevevo senza vagnari viscuottu…

“Ti piaciu u viscuottu cu cimino? Chi fai a Milanu?”  – porgendomene un altro.

Adesso sorrideva, l’omone, anche con lo sguardo…

“Fazzu cuosi cu computer – dissi in breve per farmi capire –  me ne acchiano dopodomani” – prevenendo la solita domanda “E quando parti?”

“Ti puozzo arrialàri un cuoppu i viscuotta?” – e iniziò a riempire una busta capiente dalla teglia nera, ancora tiepida.

“Sì…certo…m’avi a spiegari na cuosa, Signor Castano, un s’av’a siddiari… ma il pane a Palermo, perché non lo pesate ??”

Smise di sorridere, sedette su uno sgabello impolverato di farina e intrecciò le dita tozze delle mani grandi.

“A sapìri che ormai i nostri operai del forno hanno il peso nelle mani, ogni formato ha un peso e andiamo avanti così, per non perdere tempo a pesare…”

Non riuscivo a comprendere quel modo di ragionare ma era chiaro che per la generazione dell’omone, quasi ottantenne, leggi, leggine, ordinanze comunali, erano orpelli inutili e camorrìe che facevano perdere tempo. Io mi ostinavo a non accettare quella logica del tanto è sempre andata così…

Trenta anni fa ricordo bene la “junta” che davano ai panifici, dopo aver pesato il pane e ricordavo, chissà perché, che aggiungevano sempre, mai una volta che le forme dei pani pesassero di più.

“Grazie per i biscotti, dissi serioso andando via… Ma quanto pesano, per curiosità?”

“Ti nni vo ìri? O ti lievu…”  – fece ridendo e tossendo rumorosamente l’omone, dandomi una carezza sulla nuca.

II

All’età di sei annuzzi un altro passo verso l’essere grandi… “Vai a ritirare la teglia che c’è al panificio, digli che io non posso passare, agghiri na nonna, portati quattro mappine, non ti bruciare, ti raccomando…”

E mi parto. In realtà svoltavo la strada a destra e c’era B., il panificio. A casa, ma anche in tanti nel quartiere, eravamo ancora con la cucina a tre fornelli, senza forno, quindi mamma quando doveva cucinare i peperoni li portava al forno del panificio, come faceva una buona parte del quartiere.

“Sono il figlio della Signora …, e feci il nome, sono venuto a prendere la teglia.”

E ci rietti i mappini. Il fornaio stanco da dieci ore e più di lavoro, aveva otto teglie “di casa” davanti a sé, prese quella più larga, la avvolse per bene come un nutrico, ci fece il “gruppo” e me la diede tra mani e avambracci dicendomi: “Dritto a casa…e un t’abbruciaaari !!!!”

Mamma era dalla nonna, rientra mio padre stanco morto dalla susùta alle 3 del mattino, si era già fatto il treno PA/TP/PA , a vapore, sienti un ciavoro conosciuto, scioglie il gruppo….e si ritrova una teglia di anelletti al forno ancora fumanti… e per non sbagliare sinni mancia a metà, nna reci minuti… Io, ignaro dello scambio e della scena, scrivevo pensierini sulle rondini, che a scuola mi spiegavano era uccellini che annunciavano la primavera, ma tra i palazzi fitti fitti dove abitavo, nessuno sapeva cosa e dove fossero (diciamo che me le immaginavo). Ancora a scuola sul sussidiario vedevo castori costruire piccole dighe, ma ancora adesso che ho superato la sessantina, non ho mai visto un castoro dal vivo.

Rientra mamma dalla nonna, mio padre aggiuccatu a panza china, e panza china vuoli ripuosu, la pasta al forno, la mezza teglia, sulla balata della cucina un ciavuru i sbieniri…

“Giovanni, ti rissi ri pipi e mi purtasti anillietti ?”

“Mà, io che ne so, il fornaio mi rietti chista e chista purtavu.”

“E uora cuomu cià puortu meta’ tigghia ri anillietti o furnu?”

“Ricci ca attummuliavu, a pasta carìu nna strata (all’epoca non asfaltata n.d.a.) e che ci dispiace…”

Mamma non sapeva se ridere o darmi uno scappellotto e si partì per il forno.

Arrivò che la discussione era animata tra fornaio, cassiera, commessa e la vera padrona della pasta al forno. Capì che il fornaio non ci aveva capito niente, intuì che fosse preso dalla botta, non ricordava neanche a chi l’avesse data, e a facc’ i fissa gli disse: “Signor Giacomo, i miei peperoni pronti sono?”

E linna linna se ne andò con i peperoni belli cuotti.

E vedevo:

Monte Cuccio a forma di biscotto di San Martino, Monte Pellegrino un panettone lievitato fuori dallo stampo, a Mondello, nell’acqua cristallina di fine settembre, ottobre, immagino un gigantesco e iperreale spruzzo di Anice, u zammu’.

Il piano della Cattedrale pavimentato a sfincione, uno sfincione gigante, bello alto…

Nei punti più disagiati della Città, vedevo box di pane con la milza, distributori automatici di arancine calde, accarne e abburro, di calzoni al forno per i più anziani e fritti càvuri càvuri per gli altri più picciotti.

Via Libertà addobbata lungo tutto lo svolgimento con frutta di Martorana unnegghè, come sculture di Botero a Medellin; le cupole della Chiese del centro storico confettate, con giganteschi confetti posti in maniera simmetrica.

Pecorelle di Pasqua con le bandierine di tutti i paesi del mondo agli angoli delle vie, dove ogni tanto uno passava e se ne mangiava un pezzetto. Diverse fontanelle con becco d’aquila per rubinetto, che forniva Marsala fresco cantina…

Poi nel sogno ero a tempo di Festino, senza più carri e Sante Rosalie con le minne quinta misura… Processione seria, secca, devota e silenziosa: finito il sacro, tutti a sbutriarsi al Foro Italico, presidiato da tutti i box di strada di pani ca mielusa, quarumari, frittulari, panillari, stigghiulari, tutti contingentati a servire il popolo, aggratis… Paga quellocheilsinnacolosafare.

A un tratto Mondello, senza una cabina e con sdraio e ombrelloni gratis, tutta la spiaggia. Certo ombrelloni e sdraio, lettini, incatenati a doppia mandata per terra, se no durano due giorni. Forse.