di Tonino Cafeo
“Assaggialo. È buono.”
Ogni volta faceva così e il suo tono di voce non ammetteva repliche. Di solito accadeva dopo aver aperto una bottiglia che era stata di acqua minerale o di aranciata, tappata alla meno peggio con un accrocchio composto da un tappetto di plastica colorata avvolto dentro una “sciarpa” di tovaglioli di carta annodati fino al collo della bottiglia.
Il liquido, nero, rosso intenso oppure di tutte le sfumature dal giallo al verde, che usciva dalla bottiglia, per lui era vino: “il vino per antonomasia”. Niente annate, etichette, cantine, aziende. Tutta roba inutile, anzi dannosa.
Quella volta il colore, dentro il bicchiere, era dignitoso. Un nero intenso dal cuore rosso vivo che luccicava ogni volta che mettevo il bicchiere controluce, alzandolo verso il sole. Portato al naso e alla bocca, però, il discorso era cambiato: al primo impatto uno spruzzo intenso di alcool, di quelli che fanno arricciare il naso, poi, sulla lingua, evaporato lo spirito, non restava nulla di nulla.
Mi divertivo a provocarlo: “è vino questo? No, dimmi, ti sembra vino?”
Lui rispondeva sempre: “sì e tu non capisci niente”.
Con mio padre era sempre così: si finiva puntualmente per litigare.
“Pippo Interdonato fa il mosto buono. E basta!”
– Ah sì? E che uve ha comprato quest’anno? Nerello mascalese? Cappuccio? Calabrese? A bacca grande? A bacca piccola?
– Che ne so io! È buono e basta.”
Lo travolgevo di domande per il semplice gusto di farlo arrabbiare.
“Ma dove la lavora l’uva? In vasca? Con la diraspatrice? Nei tini di plastica?E che ne so io, bevi ancora mezzo bicchiere, che è buono”.
Mi alzai da tavola e uscii in giardino sbattendo la porta. Più tardi seppi che Pippo Interdonato il lavoro suo l’aveva fatto bene. Comprava l’uva da un produttore della provincia di Catania, lassù sull’Etna, e ne ricavava un buon mosto come si fa oggi, tutto sommato a regola d’arte. Poi lo metteva in vendita a un prezzo onesto a tutti quelli che volevano bere “il vino del contadino” e anche a quelli come mio padre, figli di vignaioli, che però avevano lasciato tutto andare in malora.
“E tu questo ben di dio lo metti direttamente in queste damigiane? Così?”
Lo investivo ancora di domande fatte ad alta voce, mio padre. Gli buttavo addosso tutte le cose che avevo letto e studiato, come una valanga, come una mareggiata. Quella volta però non mi tenne testa. Tornò dalle sue damigiane in silenzio, incupito, come a chiedermi “ma tu dove sei stato finora”, senza dirlo a voce.
Rimasi in silenzio pure io ma poco dopo me ne andai e mi misi a camminare così, senza una meta precisa.
Pochi minuti ed avevo davanti il vecchio palmento. O meglio, ciò che ne era rimasto: più che altro un perimetro colmato da mura nuove, perfettamente intonacate e colorate, con un portoncino di legno laccato e una campanella di bronzo appesa di lato, al posto del citofono. Che spettacolo! Mancavano solo i sette nani da giardino. Tirai su col naso una boccata d’aria: niente di niente, come con quel vino sciapo e troppo alcoolico che avevo bevuto a pranzo. Feci un mezzo giro cercando chissà cosa e a un certo punto, dietro la ringhiera di ferro battuto che delimitava il piccolo giardino, vidi una fioriera particolare: era fatta con le doghe di rovere e i cerchi di ferro che senz’altro dovevano essere del torchio che troneggiava, enorme, nella vasca superiore del palmento.
C’era stato davvero un tempo in cui quei muri erano antichi e sbreccati, con le pietre e i pezzi di mattone a vista. Adesso li vedevo di nuovo, con il loro odore forte di muffa e di bagnato che si confondeva con quello delle vinacce, e vedevo me bambino pestare i piedi felice, quasi sommerso dai mucchi di grappoli che papà, assai più giovane di me adesso, spalava per farmici arrivare agevolmente, mentre un fiotto regolare di mosto colava giù nella vasca grande, rivestita di mattonelle bianchissime, e faceva girare la testa a tutti.
Allora avevamo anche due botti, belle grandi, e quel mosto di uve bianche e nere insieme, la singolare e testarda miscela inventata da mio nonno, vi riposava tutto il tempo necessario per trasformarsi in un vino rozzo ma generoso, carico di odori e aspro come un miele selvatico. È stato il primo vino che ho bevuto, molto prima di sapere che esistevano il Catarratto e l’Inzolia, la Barbera e il Cabernet. Inutile cercarne traccia nel presente: quel vino era morto col nonno, nelle carte dei notai e degli avvocati e l’odore forte del plastico contro le muffe ne aveva cancellato ogni traccia anche dalle pareti di quella villetta, brutta come tante, che era nata al posto del palmento.
“Un mese è come un anno” diceva sempre mio padre quando cercava di farsi una ragione dei troppi cambiamenti che non capiva più.
“Un mese è come un anno” per parlare di un febbraio insolitamente caldo e arido;
“un mese è come un anno”, se in pochi anni quel vigneto che era l’orgoglio di mio nonno se ne era andato rapidamente in malora.
***
Non ricordo se di mesi ne erano passati uno o due quando vidi ancora un torchio, stavolta nuovo di zecca e intero, con la sua base di ferro pesante, le doghe e la vite in mezzo, su internet, su un sito di quelli famosi. Rimasi con la carta di credito asciutta per un po’ per averlo lì nel giardino dove giocavo da piccolo, ma non ci avremmo fatto una fioriera. Mio padre mi disse, come al solito, “sei scimunito”. Ma quella volta, a mezza bocca, sorrideva.
Biografia
Tonino Cafeo
Nato a Messina nel 1969, ha studiato lettere moderne nella sua città per occuparsi poi di comunicazione e informazione. Giornalista dalla fine del secolo scorso, ha scritto per Liberazione , Carta, Il Manifesto, i Siciliani/Giovani e Left. Dopo anni trascorsi a occuparsi di cronaca e politica è tornato agli interessi degli anni dell’università: la letteratura, il cinema e il teatro. Ha studiato drammaturgia con Tino Caspanello e scritto sceneggiature. Fra i lavori che ha contribuito a realizzare, Il documentario C(o)asa Nostra- storia di una rigenerazione urbana (2016) e il corto Il Stupro (2018).
