La Weltliteratur e la nuova «Repubblica delle lettere»
di Giammarco Rossi
Abstract: Qual è il fulcro oggi della Weltliteratur? La letteratura da diverso tempo ormai si è suddivisa in molti generi e sottogeneri, i lettori spesso influenzano il mercato editoriale ma a volte, lo stesso fornisce prodotti non pensati per il lettore. Un autore può scrivere un romanzo solo per il gusto di elaborare poi una sceneggiatura cinematografica o viceversa. Non esiste più una letteratura mondiale riconoscibile e riconducibile all’universale, di conseguenza nella stato liquido della società dei consumi anche la letteratura è alienata ai processi dinamici del libero mercato.
Parole chiave: Weltliteratur, generi letterari, società liquida, Repubblica delle lettere.
Nelle scintillanti vetrine di una bellissima libreria del centro di una nota città non ho potuto notare, una mattina di un caldo autunno, con quanta cura e dedizione un libro esposto venisse mostrato, coccolato e predisposto nei confronti del lettore… anzi del consumatore. Notando questa immagine mi sono arreso (già da tempo devo dire) all’idea che il libro, nonostante tutto, sia merce ovvero un oggetto/prodotto su cui persone fanno profitto, di conseguenza alcuni libri hanno la priorità su altri.
Passeggiando ho ripensato così alle parole di Pascale Casanova, che nel 1999 pubblicò un ampio saggio, La république mondiale des lettres in cui, in un lavoro decennale, strutturò il mondo letterario come fosse un agglomerato urbano con tanto di centro e periferia. Il primo è indiscutibilmente Parigi per via di svariati fattori (citarli tutti sarebbe sfiancante oltre che futile); attorno alla capitale francese ci sono delle costellazioni di piccole realtà che di volta in volta subiscono l’influenza del centro e a loro volta influenzano le realtà sempre più al margine[1]. Questo sforzo della Casanova con il tempo si è dimostrato inesatto, oltre che poco utile: le si riconosce il ruolo di pioniere ma una serie di studiosi (Helena Buescu e Cristopher Prendergast su tutti) hanno dimostrato come non si possa assottigliare un dibattito che esiste da sempre nella letteratura come una competizione tra stati e nazioni, non solo non sarebbe giusto ma tale operazione sarebbe anche imprecisa.
Eppure oggi, tempi in cui la letteratura ha mutato radicalmente faccia, in cui l’autore di un testo è possibile trovarlo nelle più impensabili forme d’espressione, questa «repubblica delle lettere» torna protagonista ma va vista con uno sguardo diverso, va soprattutto declinata non più geograficamente ma socialmente, ovvero all’interno di contesti immateriali che agiscono sul testo e sull’autore.
Nel 1968 Roland Barthes in maniera provocatoria (ma non troppo) annunciò la «morte dell’autore» all’interno di un saggio contenuto ne Il brusio della lingua. Saggi critici IV. Secondo il critico francese, l’autore è un’invenzione moderna e ciò è decisamente vero: nel medioevo o agli albori dell’Umanesimo i testi erano spesso anonimi oppure, quando trascritti per la divulgazione, venivano senza troppi problemi modificati, alterati, arricchiti etc. etc. Gli editori (almeno quelli antecedenti a Manuzio), i copisti e i volgarizzatori non avevano quel rispetto nei confronti del testo e soprattutto dell’autore. Oggi non solo è mutata la considerazione e la figura di quest’ultimo, ma è ancora più marcata la differenza tra letteratura alta e bassa anzi, quella che per molto tempo è stata considerata tale ha avuto un’impennata vertiginosa al punto da surclassare la prima. Basti pensare ai thriller, ai romanzi polizieschi, alla corsa al neo-neorealismo[2], oppure a tutti quegli autori che scrivono pagine e pagine di sceneggiature mozzafiato per serie tv, cinema, socialnetwork o videogames. Insomma… etichettare la letteratura oggi è un compito molto arduo, figurarsi l’autore, poiché in alcuni casi sono molte mani a lavorare attorno ad un testo ma ciò dipende chiaramente dal tipo di lavoro che si sta facendo[3]. La nuova Repubblica delle lettere oggi non ha come centro un luogo fisico (come già visto) ma un luogo in cui si colloca buona parte (se non tutta) della weltliteratur: il mercato. Se una storia vende, anzi se un libro vende milioni di copie vuol dire che funziona, non è importante poi se i temi trattati sono decisamente inferiori e soprattutto non è importante il luogo da cui proviene l’opera o l’autore[4], il mercato influenza tutte le altre sfere che ruotano attorno ad esso, nella società dei consumi d’altra parte non può che ricoprire un ruolo cruciale. Insomma… Céline, Sartre, Ibsen, passando per Petrarca e Ariosto ci sono stati e ci sono ancora, la loro weltanschauung è alla portata di tutti e talvolta qualche mente autorevole ha anche arricchito il loro contributo; non si può dire però che questi temi siano accessibili, non lo erano ai loro tempi e non lo sono tutt’ora: c’è sempre un’élite in grado di cogliere aspetti che alle masse spesso non arrivavano, oppure arrivano in maniera imprecisa. Il mercato editoriale è in crisi da anni eppure si stampano milioni di libri all’anno e le vendite sono sostanzialmente buone, se poi questi libri vengono letti o meno è un altro discorso, una conseguenza del suo obiettivo è distruggere le élites per aumentare il numero di consumatori[5]. Oggi il canone lo fa il lettore e su questo non può esserci alcun dubbio: basta un’acuta indagine di mercato per comprendere per bene quali siano i gusti dei lettori ed ecco che non solo molti autori vanno incontro alle esigenze dei primi, ma talvolta sono gli editori stessi a creare autori ad hoc in grado di scrivere testi che soddisfano tali bisogni; spesse volte un autore lavora non solo al testo narrativo, bensì a tutto ciò che poi scaturirà da questo: trasposizioni cinematografiche, televisive, teatrali, social o magari sottoforma di nuovi generi che avanzano a passo svelto come il graphic novel o gli audiolibri.
Eppure ci sono autori contemporanei o passati che hanno più volte invertito questa rotta, anzi sono stati loro stessi a creare un canone: Franco Moretti nota come nell’infinita galassia della letteratura molti testi che non rientrano nei canoni siano letteralmente inesistenti; su questa riflessione muove la sua fortunata (ma imprecisa) teoria del distant reading e close reading. Moretti sottolinea come nell’analisi dei testi moltissimi rimangono fuori e dunque mai presi in considerazione, ecco perché invita i comparatisti a non leggere i testi, attraverso l’utilizzo di banche dati che permettano così l’analisi di testi che per svariati motivi non rientrano nel canone. Nei suoi studi nota come Conan Doyle abbia trovato per caso il procedimento indiziario e che, molti dei suoi nemici continuassero a scrivere storie senza questo particolare tratto. La legge del mercato fa sì che poi il lettore, non trovando nella concorrenza questo piacevole artificio, finisce per non leggere altro al di fuori di Conan Doyle, rendendolo canone a discapito degli altri che inevitabilmente non solo non sono letti, ma non comprati e perciò fuori mercato ergo inesistenti. Citando Gunnar Myrdal, Moretti sostiene che nel mercato (non importa quale esso sia) «nulla ha successo come il successo» e «nulla fallisce come il fallimento», questo per sottolineare come, anche la letteratura (alta o bassa che sia) non è esonerata da queste leggi: non importa la qualità di un prodotto[6] conta invece come arrivi al consumatore, come venga prodotta, confezionata, pubblicizzata e come risponda al gusto dominante della massa. Questa tendenza però mostra una falla notevole che può e deve essere contrastata: il consumatore sostanzialmente non ha bisogno di nulla, compra oggetti perché gli vengono venduti non perché ce ne sia un reale bisogno, ciò che viene messo in vendita è acquistabile e perciò acquistato. Ma allora il potere editoriale sta in mano al consumatore che indirizza l’offerta o in mano all’editore che crea la domanda? Ribaltare il principio più classico del mercato è l’unico modo per comprendere come il canone in realtà sia esonerato da questo meccanismo. La domanda genera offerta, ma se un produttore è in grado di gestire e indirizzare i gusti dei consumatori ecco allora che la domanda perde quel suo potere naturale. Il consumatore si vede così orfano di quell’unica libertà che il mercato gli concede: domanda e offerta diventano così due facce della stessa medaglia, quella di colui che produce un bene.
Stefano Brugnolo in merito a ciò, nota come Proust, Kafka e Joyce (quelli che sono probabilmente gli scrittori più influenti del Novecento) non rispettarono minimamente i canoni del tempo, anzi erano decisamente fuori mercato, eppure il loro successo è stato riconosciuto all’unisono; certo se guardiamo le vendite forse bisognerebbe ragionare in maniera diversa: The Dubliners di James Joyce fu rifiutato ben quattordici volte prima di vedere uno straccio di pubblicazione, per Ulysses si deve tutto alla Shakespeare & Co. di Sylvia Beach e tuttavia la sua vita, nei primi tempi fu molto difficile per via di censura e ritardi. Milan Kundera sottolinea come invece Kafka deve il suo successo internazionale alla sua lingua: lo scrittore ceco scriveva in tedesco e si considerava tedesco a tutti gli effetti. Se avesse scritto in ceco i suoi testi non sarebbero mai giunti a noi, oppure non avrebbero goduto di quella immortalità tale da rendere Kafka uno dei migliori scrittori di sempre.
Eppure gli autori presi in considerazione sono uno dei tanti esempi di come il canone non debba essere per forza assoggettato alla morsa del mercato. Ma questo loro essere anticonformisti non è forse – per citare Carlo Cassola – il «conformismo degli anticonformisti»? Insomma essere originale a tutti i costi ti svincola sì da determinati standard, ma tuttavia ti riserva una fetta di mercato che nasce proprio da quel non essere fetta di mercato: si non potes inimicum tuum vincere habeas eum amicum. Basti pensare al caso Houellebecq: oggi è un autore tradotto in moltissime lingue e gode di una fama internazionale, i suoi temi sono estendibili a qualsiasi Paese e individuo, in sintesi è uno dei tanti emblemi su cui si può fondare la weltliteratur. In passato però è stato spesso oggetto di critiche per via del suo modo singolare di esprimere giudizi su svariate questioni (spesso sessiste, razziste o volgari). Houellebecq era uno scrittore che usciva decisamente dai canoni ma anziché finire nel dimenticatoio si è affermato come una voce fuori dal coro che fa proseliti in gran quantità. Oggi il suo modo di scrivere è apprezzato e ricercato, i suoi libri vanno a ruba e molti scrittori seguono la sua linea: Houellebecq è diventato un autore perfettamente omologato al mercato pur non essendo (almeno in origine) un autore per le masse e perciò commerciabile[7]. Si potrebbe affermare, in questo caso, come per gli scrittori precedenti che l’immortalità letteraria di Houellebecq sarebbe arrivata a prescindere dalla sua predisposizione al mercato: il fatto che lo scrittore francese venda tante copie nel mondo è una conseguenza della sua attività e non l’obiettivo, perlomeno in origine.
Bisogna pur giungere ad una conclusione, e quello che più si avvicina ad essa è che ci si trova davanti ad un Uroboro. In sostanza pur allontanandosi dal mercato come centro della «repubblica delle lettere» ci si accorge che in un modo o nell’altro si finisce sempre in quel turbinìo di merce. Ciò che si è provato a fare è stato dare un’alternativa ad un unico centro (si pensi al sistema-mondo di Wallerstein a cui attinge anche Moretti): non può esserci un centro ma più centri che si condizionano e influenzano a vicenda; e se questo a livello geografico è stato ampiamente accettato ecco che allora bisognerebbe allargarlo anche alla sfera del mercato che copre la più vasta geografia mai esistita, quella immateriale. Il mercato è uno dei tanti centri della «repubblica delle lettere» che influenza e viene influenzato a sua volta, non può essere il solo metro di canonizzazione e diffusione di un testo. Non può e non deve essere l’unico centro su cui strutturare i canoni letterari o culturali in generale: questo tipo di discipline giocano un ruolo troppo importante all’interno della società. Se venissero inghiottite anch’esse, come accaduto per molte altre, l’alienazione sarebbe completa e conclusa: la Letteratura è uno dei pochi appigli a cui l’individuo può aggrapparsi per mantenere un briciolo di indipendenza, per lottare contro un collettivismo che genera pensiero ad una dimensione e quindi uccide il genio e lo spirito critico, pilastri dell’esistenza umana. Combattere il mercato sarebbe un’operazione degna del miglior Don Chisciotte ma educarlo, plasmarlo alle abitudini e bisogni degli individui (e non il contrario) è un’azione fondamentale.
[1] Questo processo può essere tuttavia invertito: il centro, nella repubblica idealizzata da Casanova, detta la linea ma a sua volta può essere influenzato dalla periferia che può svincolarsi dal suo ruolo marginale.
[2] Si pensi alla tanta letteratura che ha rimesso al centro del suo interesse storie di esistenze quotidiane che si sviluppano nei bassifondi delle città oppure ambientate in contesti socio-culturali critici; forti tratti distintivi dunque legati a comportamenti atipici ma molto vicini alla realtà del ceto medio-basso, caratterizzato da una forte marcatura linguistica e culturale.
[3] Tale processo è avvenuto molto tempo prima nel campo dell’arte: oggi la differenza tra arte di primo grado e arte di secondo grado è pressocché inesistente: ci sono delle dovute differenze, certo, ma una grande scultura, un dipinto o un’installazione non godono più di un ruolo privilegiato rispetto alla moltitudine di tecniche che esistono nel mondo dell’arte.
[4] Su questo si veda Milan Kundera, Il Sipario, Adelphi, Milano, 20052.
[5] Va tuttavia sottolineato come il mercato editoriale non abbia creato un’alternativa che ne esclude un’altra, al contrario: se fino a qualche decennio fa i grandi editori pubblicavano libri che rispondessero alle esigenze di una cerchia limitata di lettori e studiosi, oggi invece ha aperto ad un crogiuolo di gusti che ha allargato notevolmente la fetta dei consumatori, mantenendo vive anche le élites.
[6] Si legga con vena provocatoria questa affermazione: la qualità di un testo e il suo significato hanno sempre un ruolo importante e decisivo, va detto però che alcuni lettori non vanno molto per il sottile e si accontentano anche di letteratura di distrazione che non avrà al centro del suo sviluppo grandi tematiche, che non regge il confronto con alcuni testi ma che tuttavia ha il suo mercato.
[7] Houellebecq rimane ancora uno degli autori più originali e innovativi della weltliteratur. La sua enorme fama però fa sì che non sia più un pioniere bensì un modello. Nei suoi testi emerge ancora il suo lato provocatorio e lucido nell’analizzare la società e i tempi contemporanei, tuttavia, la sua commercializzazione lo ha tolto da una élite e lo ha consegnato al grande pubblico. Se ciò sia sbagliato o meno, sarà solo il tempo a dirlo.
Bibliografia
Barthes R., La morte dell’autore, in Id., Il brusio della lingua. Saggi critici IV, Einaudi, Torino, 1973.
Brugnolo S., Colussi D., La scrittura e il mondo. Teorie letterarie del Novecento, Carocci editore, Roma, 20225.
Compagnon A., Il demone della teoria, Einaudi, Torino, 2000.
Genette G., Palinsesti. La letteratura di secondo grado, Einaudi, Torino, 1997.
Kundera M., Il Sipario, Adelphi, Milano, 20052.
Moretti F., La letteratura vista da lontano, Einaudi, Torino, 2005.
