Marise Ferro: scrivere la violenza
di Elisa Veronesi
Da qualche anno prosegue la riscoperta della «sconosciuta» Marise Ferro e continua la ripubblicazione delle sue opere. Dopo decenni di oblio, durante i quali si erano perse le tracce della scrittrice ventimigliese e le sue opere giacevano nei fondi di alcune biblioteche e nell’archivio della Fondazione Carlo e Marise Bo presso l’Università di Urbino, a partire dal 2020, con la pubblicazione di una raccolta di articoli giornalistici a cura di Francesca Sensini e Federica Lorenzi per Aracne Editrice Una donna moderna del secolo trascorso, la scrittura di Ferro ha ricominciato a circolare. Dopo gli articoli, infatti, sono state ripubblicate diverse opere, tutte a cura di Francesca Sensini, scrittrice e Professoressa Associata all’Université Côte d’Azur, alla quale dobbiamo questa riscoperta. Sempre nel 2020 esce La guerra è stupida (Gammarò Edizioni), seguito, l’anno successivo, da Le romantiche (Succedeoggi libri), una raccolta di biografie di donne altrettanto sconosciute del Settecento e Ottocento e, infine, l’editore Elliot pubblica i romanzi La ragazza in giardino e, nel novembre scorso, La violenza.
Il tema della violenza, esibito in questo romanzo sin dal titolo, lapidario e determinato da un articolo che ne precisa il raggio d’azione, non è nuovo nella scrittura di Marise Ferro. Già ne La guerra è stupida, un testo ibrido che raccoglie testimonianze autobiografiche e brevi narrazioni, infatti, la scrittrice aveva affrontato la questione a viso aperto. Una violenza che, in quel caso, era quella pubblica e mondiale della guerra che ha fatto precipitare intere nazioni nell’orrore della morte, e dentro la quale la stessa scrittrice rimase immersa in anni di prepotente stupore. In quel caso la necessità di raccontare la spirale di violenza che attanagliava le menti e i corpi, arriva a Ferro come una necessità etica e, soprattutto, umana:
«è meglio indagare l’orrore; almeno io penso che per me sia meglio. So che solleverò un turbine, che in esso vorticherò come una cosa, senza forse riconoscere il giusto dall’ingiusto, il buono dal cattivo, il necessario dall’inutile: anch’io violenza, sangue, distruzione, insulto, ma non importa; dopo, se l’intelligenza mi assiste, potrò discernere. Da dieci anni e anche più, io, come molti, cerco di vivere con gli occhi chiusi. Oggi li apro»[1].
Indagare l’orrore attraverso il discernimento della scrittura è una caratteristica primaria del lavoro di Ferro. La penna le permette, infatti, di uscire dal turbine emotivo causato dall’aggressività e di analizzarne i meccanismi attraverso gesti e immagini riconoscibili.
Così accade anche nel romanzo La violenza, originariamente pubblicato nel 1967, nel quale però, questa volta, la violenza indagata dalla scrittrice è quella privata, familiare. Il romanzo, infatti, racconta le vicende di Antonia Orengo, una ragazza che vive con la famiglia in una villa dell’estremo ponente ligure, e dei rapporti familiari spesso violenti e dispotici che si snodano tra lei e gli altri membri della famiglia, Piero, un padre violento e una madre remissiva e priva di personalità.
L’attitudine violenta del padre è presentata, in apertura del romanzo, attraverso la descrizione di una scena quotidiana: «Incominciò così: eravamo a tavola, alla frutta, il momento che mio padre sceglieva per dare ordini o imporre cose sgradevoli»[2]. È da un ordine impartito da un padre dispotico, subito seguito dalla remissività della madre di lei, che prende dunque avvio la storia di Antonia: «Mia madre, come il solito, non disse nulla e chinò il capo» (p.37). Il quadro familiare viene così tracciato da Ferro con i gesti solidi di una scrittura netta e precisa, in grado, nel giro di qualche scena, di condensare i modi e i toni di un’intera classe sociale, quella dell’alta borghesia italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, ancora ben ancorata a rigidi codici di comportamento.
L’ordine impartito dal padre riguarda un’ospite che raggiungerà la famiglia dopocena, Marina Viale, l’amante di lui. Se fino a quel momento il tradimento del padre era rimasto, pure conosciuto, fuori dalle mura domestiche, adesso l’uomo decide che l’amante può partecipare alla vita familiare. Antonia si aspetta una reazione della madre e la incalza per farla parlare, ma nulla accade e la madre, dopo averle suggerito di non occuparsi di faccende da adulti, si alza e se ne va. Il solo modo che la ragazza ha per placare la rabbia è così quello di uscire, camminare fino al mare e restare in silenzio tra gli odori del giardino: «Addossata al muro, cercavo di far dimenticare la mia presenza. In quell’ora, mi aiutavano le cose: l’edera d’amaro odore, la caduta sensibile dei rami della mimosa sensitiva, l’acqua vagamente illuminata della vasca, la siepe altissima di buganville fiorita. Il giardino, che amavo, che conoscevo, era espresso soltanto dagli odori» (p.38).
In poche pagine ritroviamo, dunque, diversi temi cari a Marise Ferro, temi che sono spesso di matrice autobiografica, primo tra tutti il racconto della storia di una ragazza che è costretta a vivere reclusa in una vita decisa da altri, «avevo diciannove anni, era vissuta sempre solitaria, senza amici della mia età, costretta all’ignoranza, alla pigrizia dalla volontà di mio padre» (p.39) dirà la protagonista del romanzo. Antonia è per molti aspetti simile a Laura, protagonista de La ragazza in giardino, una ragazza insofferente agli ordini dettati dai codici borghesi e stupita dal comportamento spesso insensato degli adulti che la circondano. Anche l’ambientazione del romanzo è la medesima, una villa con giardino sulla costa dell’estremo Ponente e una natura potente e variegata che accoglie la protagonista e ne risveglia i sensi, molto più di quanto non possano fare gli umani.
Ne La violenza, tuttavia, il tema della violenza patriarcale, mitigato ne La ragazza in giardino dalla figura imponente di nonna Leo che lasciava il dominio maschile sullo sfondo, è affrontato in modo diretto e si aggiunge dunque alle tematiche care all’autrice. L’odio e la rabbia che pervadono Antonia diventano sentimenti violenti placati solo dall’immersione nella natura o dall’incontro della ragazza con Marina Viale e, soprattutto, con Augusta, la donna di servizio di quest’ultima. Antonia, infatti, dopo la serata che l’amante del padre ha passato a casa loro, il giorno successivo andrà a colazione a casa di Marina e qui conoscerà un mondo diverso da quello che è abituata a vivere nella villa con giardino. Marina e Augusta vivono sole in una grande casa e sembrano due donne libere rispetto ai costumi dell’epoca. E tuttavia, gli avvenimenti che si susseguono nel romanzo e che porteranno Marina a sposare Piero, rimasto improvvisamente vedovo, trasformeranno la donna da figura libera ad ennesima proprietà dell’uomo. Ad Antonia così, non resterà che Augusta a proteggerla e permetterle un dialogo sincero e alla pari, in un crescendo di tensione che la scrittura di Ferro dispiega sapientemente.
Le diverse figure femminili che popolano i romanzi di Marise Ferro sono variegate e rappresentano spesso sfaccettature di vissuti femminili nella società dell’epoca. Così, se da un lato troviamo giovani donne insofferenti alle rigide regole della società e capaci di bucare con uno sguardo affilato gli stretti nodi delle convenzioni, dall’altra troviamo donne remissive e ignoranti che vivono come anestetizzate nei propri ruoli. Del resto, negli articoli giornalistici, la scrittrice non risparmiava critiche alle donne del suo tempo, che accusava di essere spesso colpevoli della loro stessa ignoranza e complici inconsapevoli del dominio maschile. Tra questi due poli si inseriscono poi le governanti, le quali appartengono a un’altra classe sociale e spesso rappresentano vie di fuga e presenze coraggiose all’interno della storia.
Leggere o rileggere oggi Marise Ferro, in una società che, pur avendo allentato i rigidi cordoni delle convenzioni borghesi, è ancora dominata dalla violenza patriarcale, è un modo per tenerci in allerta e risvegliarci dal torpore nel quale si rischia di cadere senza l’antidoto culturale che la letteratura ci offre.
[1] Marise Ferro, La guerra è stupida, Gammarò Edizioni, 2020, pp. 63-64.
[2] Marise Ferro, La violenza, Elliot edizioni, Roma, 2022, p. 37.
