Speranza e Storia. Le quattro versioni sofoclee – Seamus Heaney
di Leonardo Guzzo
“Speranza e Storia”, il volume che raccoglie le versioni sofoclee del poeta irlandese premio Nobel Seamus Heaney, pubblicato dall’editore siciliano Il Convivio, è prezioso dal punto di vista filologico e “filosofico”. Averlo tradotto in italiano, grazie all’ intuizione del professor Marco Sonzogni (curatore) e alla collaborazione di Rossella Pretto e Marcella Zanetti, significa aver guadagnato alla nostra lingua le opere (l’Antigone e il Filottete, un frammento dell’Aiace e uno dell’Edipo a Colono) che insieme al Libro VI dell’Eneide costituiscono il corpus essenziale del tributo di Heaney al mondo classico. Non traduzioni, ma “versioni”, reinterpretazioni che parlano all’animo del lettore e trovano una via per rapportarsi alle coordinate di ogni tempo. Seamus Heaney accresce sapientemente il carico di attualità già presente nei drammi di Sofocle, il che rende “Speranza e Storia”, con sorprendente nettezza, quasi un memoriale dei nostri tempi. È un libro, questo, intimamente legato alla violenza, all’ingiustizia. Non a caso Heaney portò a termine le sue “riscritture” del Filottete e dell’Antigone di Sofocle rispettivamente al principio degli anni Novanta, in una fase di recrudescenza del conflitto nordirlandese, e dopo l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, al culmine della scia di eventi seguiti agli attentati dell’11 settembre 2001. “Filottete” diventa “La cura a Troia”; “Antigone”, invece, “La sepoltura a Tebe”. Nel finale della prima tragedia il coro si produce in un sermone celeberrimo, citato da almeno un paio di presidenti americani (Clinton negli anni Novanta e Biden nel 2020):
“La storia dice, Non sperare
su questo lato della tomba.
Ma poi, una volta nella vita
la sospirata onda di marea
della giustizia può levarsi:
speranza e storia possono rimare.”
La seconda tragedia è tutto un manifesto sui due versi della strada che porta l’uomo a esaltarsi o decadere. C’è una stirpe insanguinata, di fratelli che si uccidono fra loro e sorelle che li piangono, divise tra le leggi della terra, gli ordini della politica, e l’impulso del sangue, le regole dell’umanità più istintiva, più elementare.
L’Antigone di Heaney diventa, nei toni e nei rimandi, ancora di più, il dilemma tra diritto positivo e voce della carne, tra legge dei vivi (concreti e ringhiosi, appesi ai loro piani e ai loro sogni) e legge dei morti (quelli tra cui vivremo più a lungo, i gusci d’uomini spogliati di ambizioni e orpelli).
La vita – dice Sofocle, e Heaney con lui – è una rapida sortita dalle tenebre, dall’ordine di natura che una norma superiore fissa. È una sortita in cui l’uomo arriva a credersi padrone, e in verità può solo assecondare con la pietà una trama che non comprende. C’è una pena per chi osa, almeno qui, e un ravvedimento finale, quando il fiato “divino” della morte sfiora chi credeva di doverla soltanto decretare.
In fondo a tutto è ancora il coro a tirare le somme:
“Un saggio agire è la chiave per la felicità.
Sempre governate in accordo con gli dei e riveriteli.
I superbi sprofonderanno nel dolore.
Il fato li smuoverà sul fondo del suo setaccio,
al momento opportuno li istruirà a esser saggi.”
“La sepoltura a Tebe” è un dramma filosofico, tanto quanto civile e politico. È, anche, il dilemma tra la pace – o piuttosto il quieto vivere – di chi obbedisce e la libertà che mantiene chi resiste. A cominciare da quella, “principesca”, della coscienza.
