Σειρῆνες. Metamorfosi e Sublime in-canto
di Sara Manuela Cacioppo
Abstract. Questo contributo intende fornire una panoramica dell’identità sirenica, ripercorrendo in sintesi alcune delle sue più note rappresentazioni in ambito letterario, con un’attenzione particolare al tema del silenzio. L’obiettivo del paper è dimostrare come il mito della sirena abbia subito cambiamenti repentini e talora svilenti: all’originaria donna-uccello dal segno divino, si è infatti sovrapposta una nuova figura marina dalla spiccata sensualità, provocando un bouleverment interpretativo. Nel divenire storico-letterario, le sirene hanno dunque subito un processo di alterazione interpretativo/figurativo che le ha portate a perdere la loro connotazione sapienziale. Il cambio di paradigma si sposta dalla “pura voce” omerica alla corporeità, riducendo la donna-sirena a incarnazione del piacere, passando dal sentire al vedere, dal perturbare al sedurre.
Parole chiave: sirene, mitologia, metamorfosi, archetipo femminile.
La sirena è una delle figure mitologiche dal più denso numero di espressioni figurative e rappresentative, sia in letteratura che nell’antica arte pittorica. In relazione alla loro “essenza di anime dei morti le sirene vennero pensate e rappresentate alate o addirittura in forme di uccello” (Treccani, Libro XI, p.341). Sirena: dal greco Σειρήν, “Seirḗn” (plurale Σειρῆνες, “seirênes”). Il termine viene associato all’aggettivo σείριος, “séirios” (splendente, ardente): le sirene come spiriti o demoni ardenti personificavano l’incanto del mezzogiorno. La loro sede fu posta dapprima sulla costa occidentale dell’Italia meridionale presso le isolette dette Sirenusae (Licosa, S. Pietro, Galletta), poi sulle coste vicine allo stretto di Messina. Nel De mirabilibus auscultationibus, Aristotele, infatti le colloca nello spazio marino di fronte Punta Peloro, in Sicilia. È lì che sorgono le isole delle Sirene e un tempio a loro consacrato.
Altra derivazione è da σειρά, “seirà” (“fune”, “corda”), in riferimento all’azione di irretire i navigatori, attirandoli e trascinandoli per poi farli perire. Una diversa interpretazione ricollega invece il termine alla radice semitica “sir”, “canto”: il canto Sublime ora benevolo, ora maligno, incanto e disincanto fatale.
Da una analisi delle prime fonti letterarie si rileva una netta discrepanza fra la visione arcaica della sirena e quella contemporanea, in cui si è giunti a una erotizzazione della figura mitologica a discapito del suo significato originale: la sirena portatrice di conoscenza. Il primo documento in cui si attesta la presenza delle sirene è L’Odissea (libro XII): Circe allerta Odisseo sui pericoli che incontrerà lungo il ritorno ad Itaca. Odisseo dovrà navigare di fronte all’isola delle sirene, imbattersi in Scilla e Cariddi, per poi fare rotta a Trinacria, l’isola del Sole, dove approderà prima di risalpare. Analizzando il testo (vv. 37-54) scopriamo le particolarità di queste creature mitologiche e religiose. Le sirene sono incantatrici di uomini, πάντας ἀνθρώπους θέλγουσιν (vv. 39-40). Chiunque passi vicino le loro sponde e ascolti il loro limpido canto λιγυρῇ ἀοιδῇ non farà ritorno a casa (vv. 41-44). Le sirene abitano in un lembo di terra vicino al mare, sedute in un prato, ἥμεναι ἐν λειμῶνι (v. 45). Attorno a loro, ossa di cadaveri e carne che marcisce, πολὺς δ᾽ ἀμφ᾽ ὀστεόφιν θὶς ἀνδρῶν πυθομένων, περὶ δὲ ῥινοὶ μινύθουσι (vv. 45-46); grazie all’uso del duale, ne apprendiamo anche il numero esatto, due: Σειρήνοιιν (v. 52).
ταῦτα μὲν οὕτω πάντα πεπείρανται, σὺ δ᾽ ἄκουσον,
ὥς τοι ἐγὼν ἐρέω, μνήσει δέ σε καὶ θεὸς αὐτός.
Σειρῆνας μὲν πρῶτον ἀφίξεαι, αἵ ῥά τε πάντας
ἀνθρώπους θέλγουσιν, ὅτις σφεας εἰσαφίκηται.
ὅς τις ἀιδρείῃ πελάσῃ καὶ φθόγγον ἀκούσῃ
Σειρήνων, τῷ δ᾽ οὔ τι γυνὴ καὶ νήπια τέκνα
οἴκαδε νοστήσαντι παρίσταται οὐδὲ γάνυνται,
ἀλλά τε Σειρῆνες λιγυρῇ θέλγουσιν ἀοιδῇ
ἥμεναι ἐν λειμῶνι, πολὺς δ᾽ ἀμφ᾽ ὀστεόφιν θὶς
ἀνδρῶν πυθομένων, περὶ δὲ ῥινοὶ μινύθουσι.
ἀλλὰ παρεξελάαν, ἐπὶ δ᾽ οὔατ᾽ ἀλεῖψαι ἑταίρων
κηρὸν δεψήσας μελιηδέα, μή τις ἀκούσῃ
τῶν ἄλλων: ἀτὰρ αὐτὸς ἀκουέμεν αἴ κ᾽ ἐθέλῃσθα,
δησάντων σ᾽ ἐν νηὶ θοῇ χεῖράς τε πόδας τε
ὀρθὸν ἐν ἱστοπέδῃ, ἐκ δ᾽ αὐτοῦ πείρατ᾽ ἀνήφθω,
ὄφρα κε τερπόμενος ὄπ᾽ ἀκούσῃς Σειρήνοιιν.
εἰ δέ κε λίσσηαι ἑτάρους λῦσαί τε κελεύῃς,
οἱ δέ σ᾽ ἔτι πλεόνεσσι τότ᾽ ἐν δεσμοῖσι διδέντων.
Si appura che nonostante le sirene si presentino come uno dei tanti pericoli in cui Odisseo si imbatte (Lotofagi, Polifemo, Lestrigoni, Circe), non possono essere sconfitte con un’azione diretta da parte dell’eroe (accecare Polifemo; rendere innocua Circe ecc.). Al contrario, l’unica possibilità di sopravvivenza sembra essere quella di aggirare il pericolo, di scansarlo: le capacità umane appaiono dunque vane contro le sirene. Esse sono infatti creature divine θεσπεσιάων (v. 158) dal canto profetico: chiamano Odisseo per nome, ne conoscono il popolo e le gesta. La loro “conoscenza” è superiore a quella umana. Le sirene “sanno”, presagiscono i fatti del mondo. Nessun mortale può resistere alla loro voce e di questo ne sono consapevoli: chi le ascolterà avrà in cambio la piena conoscenza ἀλλ᾽ ὅ γε τερψάμενος νεῖται καὶ πλείονα εἰδώς (v. 188). L’illusione sirenica consiste per l’uomo nel poter infrangere i propri limiti in un tempo sospeso, in cui passato presente e futuro coincidono. Ma la seducente conoscenza è oscurata da un canto di morte.
Circe insegna all’eroe come non soccombere alle sirene, suggerendogli di allontanarsi rapidamente e di utilizzare degli espedienti durante l’attraversamento: i marinai tappano le orecchie con la cera, Odisseo ascolta il canto legato all’albero della nave. La salvezza arriverà quando la nave sarà lontana dal loro canto.
Identità sirenica: la donna-uccello e la donna-pesce
L’identità della sirena è ambigua e metamorfica. Nelle prime raffigurazioni pittoriche in ceramica, anche di matrice orientale (VI sec. a.C.), le sirene sono esseri con la testa da donna, grandi ali e di rado hanno anche braccia umane. Tra il V e il IV secolo la sirena diventa per metà donna, e viene raffigurata sui monumenti funerari nel ruolo di mediatrice tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Ripercorriamo in sintesi alcune delle più note rappresentazioni delle sirene in ambito letterario, talune in connessione, altre in opposizione.
La trasformazione del suo aspetto esteriore viene testimoniata dai bestiari: donne-pesce nel Liber monstrorum de diversis generibus (VII-VIII sec. d.C.); donne-uccello nel Fisiologo; entrambe le forme nel Bestiaire d’Amours, dove Richart de Fornival ne indica tre specie. La tradizione medievale sembra accettare entrambe le forme: donna-uccello, legata alla conoscenza, e donna-pesce legata alla seduzione, per poi adottare quest’ultima. Le due diverse sembianze coesistono anche nel Rinascimento e nel Barocco, diventando motivi decorativi negli affreschi dei palazzi nobiliari.
Ritornando all’analisi del testo omerico, si ipotizza che la mancata descrizione fisica delle sirene nell’Odissea, sia giustificata da un’iconografia già cristallizzata nella tradizione. Il non rivelare peculiarità fisiche già note, può essere interpretata come la mise en valeur della “pura voce”. Secondo Gerald Gresseth, data la somiglianza fra le sirene e altre figure mostruose apparse nella mitologia greca, come le arpie o le gorgoni, in Omero esse sono per riflesso donne-uccello, nonostante la loro natura fisica sia taciuta. Gresseth suppone che la figura del mostruoso alato, il demone dell’oltretomba, munito di artigli che afferra le anime per il trapasso, esistesse già in Oriente. Allo stesso modo, crede che prima dell’Odissea, esistesse nella tradizione greca una creatura dalla maliarda voce chiamata sirena. La fusione greco-orientale fra le due entità sembra essere avvenuta solo successivamente (Gresseth, G. K., The Homeric Sirens, Transactions of the American Philological Association, 1970, n.101).
Nella Suda, Σοῦδα, un’enciclopedia del X secolo scritta in greco bizantino, le sirene Σειρῆνας hanno dal petto in giù l’aspetto di struzzi e sopra sembianze di fanciulla. Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio (III a.C.), dopo la conquista del vello d’oro, gli eroi incontrano le Sirene, donne-uccello. La musica di Orfeo sconfigge il canto di morte. Questa scena sembra quasi volere rappresentare “una sfida tra mondo arcaico e civiltà” (Gigante Lanzara V., Il segreto delle sirene, Napoli, Bibliopolis, 1986).
Le partorì ad Acheloo
la bella Tersicore, una Musa; un tempo servivano
la grande figlia di Deo, quando ancora era vergine,
e cantavano insieme; ma ora sembravano
in parte uccelli, in parte giovani donne.
E stando sempre in agguato al di sopra del porto,
tolsero a molti, consumandoli nel languore,
il dolce ritorno. E anche per loro, senza esitare
mandavano l’incantevole voce, e quelli già stavano
per gettare a terra le gomene, se il figlio di Eagro,
il tracio Orfeo, non avesse teso nelle sue mani
la cetra bistonica, e intonato un canto vivace,
con rapido ritmo, in modo che le loro orecchie
rimbombassero di quel rumore, e la cetra
ebbe la meglio sulla voce delle fanciulle;
Zefiro e l’onda sonora che spingeva da poppa
portavano avanti la nave, e le Sirene mandavano suoni indistinti.
(Paduano G., [a cura di] Apollonio Rodio, Le Argonautiche, libro IV, vv. 895-911, Milano, Rizzoli, 1986).
Ovidio, nelle Metamorfosi, descrive le sirene riferendosi al rapimento di Proserpina: le sirene erano state incaricate dalla dea madre di salvarla. Così, quando Ade rapì Proserpina, Demetra si infuriò e diede loro “piumaggio e zampe d’uccello, serbando volti di fanciulle”. Nel Genealogie deorum gentilium (1360), Boccaccio le trasforma in donne-pesce, pur facendo un rimando a Ovidio:
Ovidio dice che esse furono compagne di Proserpina e che, quando fu rapita, a lungo la cercarono, e non avendola trovata, furono mutate in mostri marini, con i volti di vergine e il corpo fino all’ombelico di donna, e nella parte inferiore di pesci.
(Branca V., [a cura di], Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, Milano, Mondadori, 1967, pp.753-757)
Il primo testo nel quale le sirene vengono esplicitamente descritte come donne-pesce è il Liber monstrorum de diversis generibus, come evidenziato dal filologo francese Edmon Faral (1882-1958):
Sirenae sunt marinae puellae quae navigantes pulcherrima forma et canto mulcendo decipiunt et capite usque ad umbilicum sunt corpore virginali et humano generi simillimae; squamos tamen piscium caudas habent, quibus semper in gurgite latent
È verosimile che la rappresentazione donna-pesce sia dovuta a tre fenomeni: l’accorpamento al paesaggio, la discendenza da divinità marine, la fusione per approssimazione con altre creature mitologiche.
Il canto delle sirene e il tema del silenzio
Il tema del silenzio appare in L’ultimo viaggio di Pascoli, incluso nella raccolta Poemi conviviali (1904). Il poeta riscrive il mito omerico ribaltandolo: sarà Ulisse, ormai anziano, a dirigersi verso le sirene, questa volta libero, sarà lui ad interrogarle in cerca di un senso di sé e del tempo vissuto. Ma le sirene rimarranno tragicamente mute.
«Son io! Son io, che torno per sapere!
Ché molto io vidi, come voi vedete
me. Sì; ma tutto ch’io guardai nel mondo,
mi riguardò; mi domandò: Chi sono?».
E la corrente rapida e soave
più sempre avanti sospingea la nave.
E il Vecchio vide un grande mucchio d’ossa
d’uomini, e pelli raggrinzate intorno,
presso le due Sirene, immobilmente
stese sul lido, simili a due scogli.
«Vedo. Sia pure. Questo duro ossame
cresca quel mucchio. Ma, voi due, parlate!
Ma dite un vero, un solo a me, tra il tutto,
prima ch’io muoia, a ciò ch’io sia vissuto!».
E la corrente rapida e soave
più sempre avanti sospingea la nave.
E s’ergean su la nave alte le fronti,
con gli occhi fissi, delle due Sirene.
«Solo mi resta un attimo. Vi prego!
Ditemi almeno chi sono io! chi ero!».
E tra i due scogli si spezzò la nave.
(Giovanni Pascoli, L’ultimo viaggio, canto XIII. Il vero)
L’Ulisse di Pascoli è l’inquieto contemporaneo, estraneo a se stesso. L’inquieto che non si è arreso. Il mito classico diventa per il poeta rivelatore di verità e occasione di riflessione sul presente: alla poesia è assegnato il compito di palesare agli uomini l’inevitabile morte, accomunandoli nel sentimento d’amore di chi va incontro allo stesso destino. La “poesia eterna” si fa sollievo, trionfo sulla morte silenziosa e spiraglio di una rinascita collettiva.
Il tema del silenzio appare anche nella poesia L’isola delle Sirene (1907) di Rainer Maria Rilke, dove il poeta sottolinea la limitatezza della comunicazione umana e i tormenti che ne derivano:
come accerchiati
da quel silenzio che tutto lo spazio
immenso ha in sé e nelle orecchie spira
quasi fosse la faccia opposta del silenzio
il canto cui nessun uomo resiste
Tema ripreso in Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock (1910-1911), dove Thomas Stearns Eliot descrive il canto delle sirene separato dalle voci umane, l’impotenza dell’uomo e la sua disperata ricerca della verità:
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.
Non credo che canteranno per me.
Le ho viste al largo cavalcare l’onde
pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:
quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.
Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo…
In Il silenzio delle sirene (1917) di Kafka, le creature non parlano, fanno delle apparizioni per poi scomparire a loro piacimento:
Le Sirene hanno un’arma ancora più terribile del canto, cioè il silenzio. Non è certamente accaduto, ma potrebbe essere che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio.
Infine, nel racconto lungo La sirena (1961) di Tomasi di Lampedusa, la sirena parla in greco e il suo canto docile diventa comprensibile:
Ti sentivo parlare da solo in una lingua simile alla mia; mi piaci, prendimi. Sono Lighea, son figlia di Calliope. Non credere alle favole inventate su di noi: non uccidiamo nessuno, amiamo soltanto.
Questo racconto, ricco di allusioni simboliche ed erotiche, svela un cambio di paradigma.
Conclusioni – Cambio di paradigma
Alla luce di queste brevi riflessioni analitiche, si nota come il mito della sirena abbia subito cambiamenti repentini e talora svilenti (il corpo-sensuale, la nudità, la carnalità). All’originaria donna-uccello dal segno divino, si è sovrapposta una nuova figura marina dalla spiccata sensualità, provocando un bouleverment interpretativo. Nel divenire storico-letterario, le sirene subiscono dunque un processo di alterazione interpretativo/figurativo costante da figure mitologiche-religiose ad attraenti seduttrici, perdendo la loro connotazione sapienziale. Avviene un cambio di paradigma che si sposta dalla “pura voce” omerica alla corporeità, riducendo la donna-sirena a incarnazione del piacere. Passando dal sentire al vedere, dal perturbare al sedurre.
La sirena arcaica nel suo essere ibrido (umano-animale) incarna l’alterità presente in ogni essere e l’incapacità di incontro con la stessa. Andare verso il “vero sé” sembra condurre a una morte simbolica, preludio di rinascita e di una trasformazione/evoluzione necessaria nel viaggio della vita. Intrise di sogno e realtà le sirene sono emblema di un mondo sommerso, a cui all’uomo non è dato accedere, un mondo Sublime in cui presente, passato e futuro si toccano trasversalmente. L’uomo è attratto dalla proibita conoscenza perché non ammette la sua limitatezza davanti all’infinito, di cui non sa essere partecipe.
“[…] alla cosa morta egli fece una confessione. Nelle conchiglie delle sue orecchie versò il vino aspro della sua storia. Amara era la sua gioia, e pieno di una strana felicità era il suo dolore (Oscar Wilde, Il pescatore e la sua anima 1891).
Il canto ammaliante, simbolo di seduzione per antonomasia, è capace di risvegliare parti dell’essere sopito. Il richiamo vocale suscita il desiderio senza appagarlo: è proprio la sospensione del piacere, l’attesa e la promessa della gioia suprema che accorciano la distanza fra il possibile e l’impossibile, fra l’incanto e il disincanto. La voce delle sirene concede a chi l’ascolta di recuperare il passato, l’identità, la propria natura, l’essere: Ditemi almeno chi sono io! chi ero! ̶ chiede Ulisse alle sirene (L’ultimo viaggio, Pascoli, 1904 – prima citato). Il pellegrino ambirà a conoscere se stesso e il vero ciò che non è tutto, è nulla ̶ percorrendo lo spazio incorporeo tra il sonno e la veglia. Ma nell’anelito di una pienezza assoluta, troverà la sua simbolica dissoluzione.
Il canto sensuale della sirena è protagonista anche di un racconto forse meno conosciuto di Oscar Wilde, Il pescatore e la sua anima (1891). Qui la metamorfosi e il Sublime incanto si esprimono totalmente nel trapasso della sirena e nell’abbandono dell’anima del pescatore. L’inconciliabilità fra i due mondi sancirà il loro ineluttabile annientamento:
Tutte le sere il giovane Pescatore usciva in mare, e gettava in acqua le sue reti. Una sera nella rete trovò una piccola Sirena addormentata.
Era bellissima, e il giovane Pescatore la tirò a sé e la tenne stretta fra le braccia. Ella emise un grido «Ti prego, lasciami andare, perché sono l’unica figlia di un Re, e mio padre è anziano e solo».
«Devi promettermi che verrai a cantare per me, perché i pesci amano ascoltare il canto del Popolo del Mare, e così le mie reti saranno piene» rispose il Pescatore.
E lei promise.
Ogni sera lei spuntava dall’acqua e cantava per lui. E quando la sua barca era ben carica, la Sirena scivolava di nuovo dentro il mare, sorridendogli.
Però non gli veniva mai abbastanza vicino perché egli potesse toccarla.
Tanto dolce era la sua voce, che col tempo lui dimenticò le sue reti, e trascurava il suo lavoro. E una sera le disse: «Piccola Sirena, io ti amo. Prendimi come tuo sposo».
Ma la Sirena scosse il capo
«Tu hai un’anima umana, se allontanassi la tua anima, allora potrei amarti». E il giovane Pescatore si disse:
«A che cosa mi serve la mia anima? Non posso vederla. Non posso toccarla. Non la conosco. Certo che l’allontanerò».
Che sia sonora o silenziosa, questa voce continua a sedurci perché non abbiamo mai smesso di inseguire, come lo stesso Pascoli ci insegna, quell’infinità che esiste nel sogno o nell’arte poetica. La poesia allora si fa superamento del conoscibile, zattera di vita nel fiume di morte, salvezza, consolazione e al contempo incarnazione dell’io disperato. Da secoli la sirena domina la scena dell’immaginario. Anche se la sfera femminile in cui è calata ne trasformerà nel tempo alcuni tratti significativi (complice anche l’associazione della sirena al corpo del peccato espressa dall’abate Adelmo di Malmesbury nel VII secolo), il suo essere ibrido e misterioso non smetterà di ispirare scrittori e poeti. La sirena è un archetipo femminile primordiale che seduce con il dolce canto, è un groviglio di arcani opposti, di melodie e presagi, talora pericolosa predatrice, talaltra ispiratrice dell’umanità in cerca del “vero”.
Io son”, cantava, “io son dolce serena,
che ‘ marinai in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!
Io volsi Ulisse del suo cammin vago
al canto mio; e qual meco s’ausa,
rado sen parte; sì tutto l’appago!
(Dante, Purgatorio, XIX, 19-24)
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