di Mariarosa Palamara

«Quindi? Possiamo almeno parlarne, prima?»
«No, non mi va.»
«Ma io devo sapere.»

Tra le sue mani, grandi e rassicuranti, il suo enorme telefono con la cover rosa, glitterata, piena di unicorni – un mio regalo, sembrava ci tenesse  ̶  appariva minuscolo.
Mi osservava, troppo, inquisitoria.

«Ma cosa devi sapere?»
«Beh, tutto quanto. Non hai detto niente.»
«E cosa dovrei dirti? Sentiamo. Sai sempre tutto tu!»
«Ma che ne so! Vieni qui, mi dici che è finita… Qualche dettaglio sarebbe gradito, sai?»

Sollevò gli occhi al cielo – il soffitto bianco sotto il quale così bene il suo corpo di Venere si incastrava con il mio ̶  . Tornò su di me, ma non ne sembrò particolarmente contenta. Forse si aspettava speranzosa che io sparissi una volta riabbassato lo sguardo.
Rimasi lì, inchiodata al pavimento in marmo sul quale scivolavo ogni santa volta dopo aver passato la cera.

Vidi la sua mano sventolare davanti al mio viso, e tornai alla realtà di quella stanza.

«Oh! Ci sei?»
«Sono qui.»
«Vedi? È per questo che non ti sopporto.»
«Ma che cosa ho fatto?!»
«Niente, non fai mai niente.»

Poteva sembrare una inutile risposta, una di quelle di circostanza che voleva recriminarmi il mio vittimismo e nulla più. Ma c’era qualcosa nella sua voce, un tono più basso e consapevole.
Il rimprovero era rivolto a molte più cose; su tutte, la mia incapacità di scegliere, qualunque fosse lo scenario.
Non facevo mai niente, aveva ragione. Un punto per lei.

«Okay, e quindi?»
«Quindi cosa?! La smetti di dirlo?»
«Ma…»
«Davvero non ti rendi conto?»
«Di cosa?»
«Di quanto sia sbagliato tutto questo!»

La risposta era no. Sonoro no.
Non lo dissi.
Con le dita tornò sul suo orecchio, lo scovò dal nascondiglio dei capelli e cominciò a piegarlo, contorcerlo, stringerlo, senza lasciargli libertà di essere un orecchio, un orecchio e basta.

I suoi capelli ne avevano viste tante, ma era così brava a cambiare che non sembravano privati della loro naturale lucentezza.
Adesso erano lunghi, del loro colore reale, come quando l’avevo conosciuta.
Mi piacevano nella loro fase ribelle  ̶   prima lunghi e biondi, poi lunghi e rosa, poi corti e castani  ̶  , ma nulla poteva competere con le sue trecce rosse.
Era proprio il mio tipo, e sorrisi al pensiero.

«Adesso che hai da ridere?»
«Non sto ridendo, stavo ripensando a…»
«Puoi smetterla di pensare? Sono qui davanti a te! Prima vuoi parlare, poi non parli.»
«In verità, sei tu che non rispondi alle mie domande.»

Il suo tentativo di difendersi, ignorando ancora una volta il mio sguardo, questa volta fallì.
Occhi negli occhi.
I suoi occhi… Sorridevano con lei, più delle sue labbra. Certo, non in quel preciso momento, ma sarebbero tornati a sorridere.

“Come sorridono gli occhi?” chiedevo spesso a me stessa alla ricerca di una certa coerenza.
“Non lo so, ma lo fanno” mi rispondevo.

«Ti sei persa di nuovo nella tua testa.»
«Scusa.»
«Ma secondo te io posso andare avanti così?»
«Così come?»
«Così! Con te che pensi ai cazzi tuoi!»
«Non lo faccio sempre.»
«Più del dovuto. Come quella volta che non ci vedevamo da un mese e hai passato mezz’ora a rileggere il mio bigliettino mentre io ero lì davanti a te, finalmente. Ma che cazzo hai da fantasticare ogni volta? Goditela, la vita, di tanto in tanto!»
«Questo sembra molto fuori dal discorso che dovremmo fare.»
«Oh no, è perfettamente in tema! Mi stai sul cazzo quando fai così, era ora che lo sapessi.»
«Non credo, no. Anzi, mi trovi tenera e adorabile.»
«Magari prima.»
«Va bene, comunque non ti credo.»
«Non ti amo più. Ti piace di più come risposta?»

Non mi piaceva per niente, a dire il vero. Avrei dovuto dirlo?

«Cosa?»
«Ho detto che non ti amo più. È facile.»

Lo disse di nuovo, poi ancora una volta scandendo bene ogni singola sillaba.
Mi piaceva la sua voce, e mi sorprendeva il fatto che fosse così diversa da quella di sua madre, molto più profonda.
“Tua madre ha una voce da uomo” non sembrava una cosa carina da dirle, ma il pensiero tornava sempre lì.

«Ma come fai a dirlo? Come si sente il non amore?»
«Lo senti quando non senti più l’amore, immagino.»
«Ma cosa cazzo dici?! L’amore lo senti nello stomaco, ti rende scema, ti rende incapace di intendere e di volere.»
«Tu lo sei da sempre.»
«Certo, perché sono innamorata di te! Ma come fai a non capirlo?»
«Non è che non lo capisco, è che non me ne frega niente.»
«Ah.»

Niente sembrava aver senso, in quel momento. E adesso nello stomaco non sentivo l’amore, sentivo uno strano fastidio, come un lungo verme che si dimenava e che andava vomitato, cosa che avrebbe richiesto ore e ore di sofferenza.

Ricordo ancora quella sofferenza, quel fastidio, e il lungo verme è ancora qui, non sono mai riuscita a vomitarlo tutto. Eppure nulla di tutto ciò è mai successo.  Lei non mi ha mai parlato con la sua voce così diversa da quella della madre, non ho mai visto i suoi occhi sorridere, i suoi capelli cambiare, i suoi tic nervosi, le sua mani grandi, il suo amore per me svanire.
Non l’ho mai visto, l’ho immaginato.
La mia ragazza è inesistente, eppure vicina a me. Le parlo, parlo di lei, le sono fedele, me ne lamento con gli altri e mi lamento degli altri con lei; ma lei non esiste. È solo un’idea, un concetto astratto, una immaginaria bella rossa tutta curve sicuramente più alta di me.
Lei non esiste, ma la sua assenza è come un lungo verme che devo ancora imparare a vomitare.

 

Biografia

Mariarosa Palamara

26 anne, è una calabrese trapiantata al nord da quasi tutta una vita, ma le piace restare sempre ben ancorata alle sue radici. Laureata in Lettere Musica e Spettacolo presso l’Università degli Studi di Genova, consegue il diploma in Storytelling e Contemporary Humanities alla Scuola Holden di Torino, arrendendosi alla sua sempre viva passione per la scrittura, le arti e la comunicazione.

Lavora nel campo del copywriting, senza mai rinunciare nel tempo libero a dedicarsi alla scrittura di canzoni, poesie, sceneggiature e articoli.