di Marina Mongiovì

L’odore ruspante del cavolfiore, che si ammorbidiva dentro le scacciate, insieme all’aroma di broccolo affogato impregnavano  l’intera  casa.  La nonna iniziava ad impastare il pomeriggio del ventitré: quel suo corpo esile si faceva improvvisamente corpulento, lottando con una pallida massa di acqua e farina. Poi tornava in sé, dentro quel suo minuto corpo femminile, e benediceva gli impasti, tracciava una croce e li lasciava gonfiare, sotto due pesanti coperte di lana. La mattina presto del ventiquattro, con l’aiuto della mamma e le zie, era tutto uno  stendere,  tagliare,  affettare,  infornare.  In una bacinella un trancio di baccalà ammollato aspettava, ormai da giorni, di immergersi nella pastella e poi nell’olio bollente. Il suo olezzo faceva arricciare il naso a chiunque gli passasse davanti. In un pentolone ribolliva, per tutta la giornata, il sugo per il pranzo di Natale.

A casa di nonna, per la cena della vigilia, si apparecchiava la tavolata più lunga dell’anno, si prendevano pure le sedie di plastica che usavamo in estate per il campeggio. Tornavano gli zii emigrati, tornavano i cugini e il loro accento bizzarro; tutti ci ritrovavamo davanti ai piatti e ai bicchieri di plastica rossa e alla solita tovaglia con la stampa delle stelle di Natale, che tanto piacevano alla padrona di casa. Lo zio Gaetano, il primogenito, si sedeva a capotavola e raccontava tante storie, sempre le stesse. Non ho mai saputo quanto di vero ci fosse in quelle avventure sgangherate ma ricordo che parlava e mangiava con una lena che non avrei rivisto in nessun altro essere umano.

Lo zio Gaetano era tutto denti, aveva una bocca enorme che ingurgitava incredibili quantità di cibo. A volte gli fissavo il collo, per vedere se quel bolo enorme riusciva a passare e ad arrivare fin giù. Quando rideva, rideva con la pancia che ballonzolava tutta come un ammasso di gelatina.

Lo zio Agatino era stato vent’anni in Svizzera e in quei due decenni aveva indossato sempre le stesse giacche: con i colletti, le fantasie e le fogge ormai in disuso. Portava al collo una vistosa catena d’oro e mia madre gli diceva sempre che doveva stare attento per strada, che qui mica siamo all’estero e ci sono pure i camminanti che sono sempre malintenzionati. Ma poi, quando eravamo a casa, mamma diceva a papà che lo zio Agatino, con quelle giacche e quella collana sopra il petto villoso, somigliava proprio agli zingari che si accampavano nello spiazzo vicino allo stadio comunale.

La zia Giusi era la sorella piccola di mamma: stava sempre a occhi bassi e parlava poco, aveva delle folte sopracciglia che le indurivano il viso e suo marito, lo zio Angelo, lo vedevo soltanto a Natale e di lui ricordo solo come sbucciava i tarocchi, che portava dalla sua campagna. Col coltello privava il frutto della buccia e con minuzia eliminava ogni filamento dell’albedo cosicché, alla fine della lunga operazione, il tarocco non sembrava più un’arancia ma qualcosa a cui era stata tolta ogni protezione, una creatura nuda. A spicchio, a spicchio, lo zio Angelo succhiava la polpa della sua terra. Pochi anni dopo lo trovarono proprio là, steso sotto un albero di sanguinelli.

Con il telegiornale delle otto, a centrotavola, apparivano gli antipasti e ci sedevamo in un continuo vociare, strisciare di sedie, passaggi di vassoi e bottiglie, brindisi e tintinnio di posate. Il baccalà aveva finalmente trovato pace e assunto un odore e una forma che non faceva arricciare il naso a nessuno; le scacciate lasciavano le mani e le labbra inesorabilmente unte. La cena era infinita, si rideva e si battibeccava fino ad arrivare ai dolci, alla calia e al rosolio che nonna usciva solo nelle occasioni.

Si attendeva la mezzanotte con la tombola e ad ogni numero estratto zio Gaetano associava la sua personale smorfia; non faceva ridere ma qualcuno rideva lo stesso. Io me ne stavo dietro la finestra a sognare il Natale come quello delle pubblicità: con alberi addobbati fino al tetto e i panettoni alti e soffici; panettoni che, quando arrivavano a casa, erano secchi e raggrinziti dentro le loro confezioni di plastica trasparente. Da nonna non ci stava lo spazio per l’albero di Natale ma lungo la ringhiera del balconcino c’era un

filo di sfere colorate a luce intermittente. Mi piaceva stare dietro ai vetri appannati, a vedere quel baluginio e sentire le melodie degli zampognari che passavano sotto casa. Sulla madia c’era il presepe, con il cielo e le montagne di carta, i pastori e gli angeli, tante pecore e la grotta con sopra dei ciuffi di ovatta perché non era Natale senza la neve, che qui non cade mai. Mancava solo lui, il bambinello, che sarebbe entrato in scena dopo la mezzanotte. E ogni anno, nonna investiva me, la più piccola della famiglia, dell’onore di mettere il bambin Gesù dentro al presepe. Non ne ero felice anzi, poco prima della mezzanotte l’inquietudine mi assaliva. Il bambinello stava dentro al primo cassetto del comò della camera di nonna. Lo nascondeva lì e ci teneva assai; era di ceramica buona, sorteggiato anni prima alla lotteria della parrocchia di sant’Antonio. La camera da letto di nonna era un luogo umido e lugubre; uno stanzino pieno di santi, madonne e crocifissi e quella foto del nonno, che non ho mai conosciuto, con un’espressione burbera che mi faceva tremare le gambe. Era la stanza buia, del lutto e del mistero, e non ci volevo entrare anche se non l’ho mai detto a nessuno. Solo lo zio Gaetano l’aveva capito perché mi strizzava l’occhio quando, col passo incerto, mi alzavo da tavola per andare a prendere Gesù. Aprivo piano la porta, guardavo intorno, la stanza veniva illuminata dalla luce della sala da pranzo. Facevo un lungo respiro ed entravo dentro. A Natale anche la stanza della nonna odorava di cibo: di mezzelune di frolla e fichi secchi, di torrone e mandorle tostate che, dopo giorni di preparazione, nonna metteva proprio sopra il comò. Chiudevo gli occhi qualche istante, per non vedere lo sguardo di nonno e i crocefissi appesi al muro. Poi aprivo il cassetto: eccolo Gesù bambino. Nonostante le gote rosa e un placido sorriso, il bambinello era un abitante di quella stanza oscura e mi trasmetteva un senso di timore e smarrimento. Era enorme, sproporzionato rispetto al resto del presepe. Con tutta la cura e l’attenzione dei miei sette anni, lo portavo tra le due mani, fino alla madia. Nonna festante mi indicava il posto  dove poggiarlo: “Nasciu!”. E tutti  avevano le facce contente e si scambiavano gli auguri, qualcuno stappava uno spumante.

Io continuavo a guardare il presepe e vedevo un bambino gigante, in fredda ceramica, nel bel mezzo di un villaggio di minuscoli uomini e donne in plastica. Era così grande da poter schiacciare sua madre e Giuseppe, insieme a tutti i re magi; così pesante da poter demolire tutte le casette di cartone appollaiate sopra le montagne di carta crespa.

Biografia

Marina Mongiovì

Nata nella provincia etnea ma vive a Palermo (1982). Laureata in scienze della comunicazione ha collaborato con testate giornalistiche locali, on line e cartacee. Oggi scrive racconti e scatta fotografie. Suoi testi sono apparsi su riviste letterarie come: Pastrengo, Morel voci dall’isola, rivista Blam e Cariddi. Un suo racconto è stato selezionato per la call “Sfocature”, organizzata dalla rivista letteraria Risme e da Fiaf, ed è uscito in un’antologia edita da Emuse. Sue fotografie sono apparse sulla rivista Rewriters e una è stata selezionata da Letizia Battaglia per una mostra collettiva a Roma. Altri suoi scatti hanno partecipato a due collettive a Palermo, per il Centro internazionale di fotografia.